La “rivoluzione” di Marchionne è marginale per i destini Fiat. F.to Ruggeri

“Appena ho saputo che Sergio Marchionne aveva dichiarato lo spegnimento di ‘Fabbrica Italia’ ho esultato”. A dirlo è Riccardo Ruggeri, una carriera al Lingotto, da operaio di Mirafiori a dirigente, su su fino a diventare dal 1990 al 1996 ceo di New Holland (che nel gruppo si occupa di trattori, macchine agricole e di movimento terra e che oggi fa parte di Fiat Industrial). Ruggeri però precisa subito al Foglio di non parlare “da ex”, ma “da investitore e da comune cittadino”. Perché esultare, dunque? “Finalmente è finito un grande equivoco, che ha assorbito enormi energie psico-intellettuali del paese, dando troppa importanza a una soluzione che, come ho scritto spesso su Italia Oggi, ritengo in parte velleitaria”.
18 SET 12
Ultimo aggiornamento: 12:00 | 7 AGO 20
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Roma. “Appena ho saputo che Sergio Marchionne aveva dichiarato lo spegnimento di ‘Fabbrica Italia’ ho esultato”. A dirlo è Riccardo Ruggeri, una carriera al Lingotto, da operaio di Mirafiori a dirigente, su su fino a diventare dal 1990 al 1996 ceo di New Holland (che nel gruppo si occupa di trattori, macchine agricole e di movimento terra e che oggi fa parte di Fiat Industrial). Ruggeri però precisa subito al Foglio di non parlare “da ex”, ma “da investitore e da comune cittadino”. Perché esultare, dunque? “Finalmente è finito un grande equivoco, che ha assorbito enormi energie psico-intellettuali del paese, dando troppa importanza a una soluzione che, come ho scritto spesso su Italia Oggi, ritengo in parte velleitaria”.
Ruggeri, che su Marchionne ha scritto anche un libro (“Parola di Marchionne”, per l’editore Brioschi), dal 2010 sostiene la stessa identica tesi sul piano industriale “Fabbrica Italia”: l’attuale ad di Fiat sarà ricordato pure come “un rivoluzionario” delle relazioni industriali italiane, ma tutto questo c’entra poco o nulla con l’obiettivo di resuscitare Fiat, “società tecnicamente fallita già nel 2004” quando Sergio l’americano sbarcò a Torino.
Iniziamo dall’afflato rivoluzionario del manager italo-canadese: “Le relazioni industriali italiane – osserva Ruggeri – sono come il suo territorio, vecchio, scosceso, pieno di buche e di muretti cadenti, al punto che nemmeno la tanto discussa riforma Fornero sarà sufficiente a rimetterle in sesto. In questo senso il contributo di Marchionne è stato positivo. Ma marginale per Fiat”. Il paradosso, agli occhi di Ruggeri, è presto svelato: “Fare un’auto è un processo scandito da regole ferree: enormi investimenti in un nuovo modello, cicli di rinnovo che assorbono cassa, tempo, intelligenze e così all’infinito, un’autentica fatica di Sisifo. E’ chiaro che se salti un ciclo di rinnovo la tua cassa esulta, non escono quattrini e ne entrano grazie alla vendita di prodotti, ma ti stai scavando la fossa. E’ ciò che hanno fatto anche gli ad prima di lui, e gran parte dei concorrenti, salvo Toyota e Volkswagen che non per nulla oggi sono i leader assoluti del settore. Era questo uno dei punti di vista da assumere per capire se Fabbrica Italia aveva dietro di sé un retroterra tecnico-economico o solo fuffa”. Nel frattempo però, questo è incontestabile, siamo entrati nel tunnel della più profonda recessione globale dal 1929 a oggi: “Togliamo quest’alibi, il mondo delle ‘ruote’ – auto, camion, trattori – è 120 anni che ci convive. Prendiamo un’esperienza che ho vissuto direttamente. Nel 1989 in Europa si vendevano 250 mila trattori e 20 mila mietitrebbia, quindi al top della gamma. Nel 1993 erano rispettivamente 130 mila e 5.500. Chi aveva il break even point, ovvero la quantità di prodotto venduto necessaria per coprire i costi precedentemente sostenuti, troppo in alto, fallì e scomparve. Chi aveva il punto di pareggio basso sopravvisse, diventando una macchina da soldi con la ripresa che seguì. Un grande manager è quello che ha il break even point basso e che quindi durante la crisi finisce in pareggio, trasformandola in un’opportunità per guadagnare quote”. E Marchionne? “Ha proseguito il trend dei predecessori. E’ sufficiente confrontare le quote di Fiat del 1989 e quelle di oggi per farsi un giudizio, confrontandole con quelle di Volkswagen”.
Se però Fiat era “tecnicamente fallita” già nel 2004, come sostiene lei, come non riconoscere almeno qualche risultato all’attuale ad? “E’ giusto riconoscerli. Il punto è che nessuno finora si è posto la domanda chiave, ovvero quale sia il vero obiettivo di Marchionne. Io penso che la sua meta sia l’Ipo di Fiat-Chrysler, cioè la quotazione del gruppo a Wall Street. L’ad intendeva arrivare a quell’appuntamento con tutte le carte in regola, senza problemi gravi entro tutto il perimetro del business. Ora però, con questi risultati in Europa, i primi scricchiolii in Brasile, le cose si mettono male per lui e per noi investitori”. Secondo Ruggeri adesso Marchionne ha due opzioni: o fa “l’americano con il ‘k’” e “dice la verità, che dopo gli investimenti mancati alla Fiat oggi basta uno stabilimento di montaggio efficiente al sud e un ‘simulacro’ di stabilimento al nord”, oppure fa “l’europeo e si nasconde dietro la grande crisi, seguendo la strategia dello spegnimento per consunzione’ di due stabilimenti”.
Quanto al ruolo del governo, qualche mese fa Ruggeri scrisse che un marchio come Alfa Romeo, appetibile anche per VW, poteva essere ceduto, con in dote uno stabilimento e relativo personale. “Non vorrei che fosse già tardi”. Se “come investitore” l’ex dirigente sembra rassegnato a rimanere con il dubbio, per la storia che bisognerà scrivere si affida a “un vecchio operaio Fiat anonimo, intervistato da Gabriele Polo sul manifesto: ‘Negli anni 70 in via Po c’era un negozio, Gabbai, che vendeva abiti fallati e due volte l’anno lanciava una chiassosa campagna al grido ‘Oplà, Gabbai vende tutto e mi ritiro’. Vendeva tutto, ma non si ritirava mai. Poi un giorno, oplà il negozio non riaprì più. Gabbai scomparve. Temo che la Fiat finisca così’”. E lo stesso teme anche Ruggeri.